INTERVISTA A GIUSEPPE QUARANTA - LA SINDROME DI RAEBENSON
“La sindrome di Ræbenson”, finalista al premio Calvino 2023 e finalista al premio Opera Prima POP 2024, è un libro articolato ed erudito.
I riferimenti culturali e letterari, diretti e indiretti, sono numerosi e alcuni di questi vengono messi in risalto per mezzo di immagini o fotografie.
Chi soffre della sindrome di Ræbenson è destinato
all’immortalità. I ræbensoniani creano una sorta di rete nella quale il ricordo
è condiviso e l’identità persa.
Con questo stratagemma Giuseppe Quaranta solleva interrogativi scientifici e filosofici di alto livello.
Salute e malattia.
Vita e morte.
Luce e buio.
Identità e spersonalizzazione.
L’attimo e l’eternità.
Realtà e irrealtà.
Corpo e anima.
Il caso e il libero arbitrio.
Tutti temi che in un gioco combinatorio vengono sviscerati tramite l’opera d’invenzione ed esaltano la natura bifronte della vita reale.
È un libro che ha il potere di far riflettere e
di accendere una luce su ciò che ci circonda ma non siamo in grado di vedere:
una forma di cura alla nostra cecità.
La penna con cui scrivi attinge
da diverse sfere del sapere, tra le quali quella scientifica e quella
psichiatrica. Evadi i confini del reale raccontando una sindrome che non
esiste. Come l'hai costruita e quanto deriva dalla realtà o dalla tua professione
di psichiatra?
“La sindrome è composta da sintomi associati in
maniera non del tutto arbitraria, ogni sintomo compete a una sfera o un dominio
funzionale del cervello: percezione, cognizione, memoria, attività motoria,
umore e emozioni… È stata ricalcata sul modello di alcune grandi sindromi
cliniche, come la catatonia o alcune forme neurologiche come le encefaliti… Il
mio mestiere è stato di aiuto nel rendere disponibile molto materiale (come se
il lavoro di documentazione fosse già pronto, a portata di mano), mentre è stato
un intralcio durante l’elaborazione. Provenendo da un contesto accademico ero
abituato alla scrittura di articoli scientifici, dove tutto deve essere
estremamente controllato e rigido. Durante la stesura della sindrome di Ræbenson
ho dovuto liberarmi di quella rigidità, fare un lavoro di destrutturazione,
lasciare andare il freno per permettere a quella cosa che non so bene cosa sia
di parlare a nome mio…”
Il narratore e il protagonista sono due psichiatri e devo ammettere di aver ipotizzato fossero la stessa persona. Possiamo definirli complementari in un certo senso?
“Ho tentato - mi sono accorto a posteriori e
quindi è stato del tutto inconsapevole - di riscrivere il dottor Jekyll e Mister
Hyde. Mentre però il libro di Stevenson ruota attorno al male, il mio libro ha
a che fare con un’idea di vitalità. È raccapricciante in Ræbenson ciò che perde
vita, pienezza, ciò che si svuota… Infatti noi, alla fine, mi sembra, non
sappiamo chi sia il vero malato, il narratore con la sua vita priva di eventi e
affetti o Deltito, disposto a rinunciare all’immortalità in cambio del naturale
ciclo di nascita e morte.”
I ræbensoniani, coloro che soffrono della sindrome, perdono l’identità a partire dalla scomparsa dei loro ricordi, fino a una spersonalizzazione quasi completa. Qual è l’importanza della memoria?
“I ræbensoniani sanno che la memoria è una funzione altamente instabile, a tal punto instabile che nella sindrome di Ræbenson gli ammalati sono convinti che i loro ricordi, sotto forma di ræben, finiscano magicamente nella mente di uno sconosciuto… Questa spossessione di cui sono vittime li rende molto fragili e vulnerabili. Questo passaggio di ricordi però non è del tutto illogico, perché sappiamo bene come la memoria sia una funzione del qui e ora, legata al presente, come spesso i ricordi affiorino in forme diverse a seconda del momento che viviamo, e come talvolta esperienze di vita che non ci appartengono ci sembra di averle vissute solo perché ci sono state raccontate o abbiamo visto accaderle, come successe a Oliver Sacks che ricordava di aver vissuto una esperienza capitata a suo fratello... È importante essere consapevoli di questo carattere fuggevole della memoria al fine di proteggerla e accudirla in quanto funzione primaria del nostro essere.”
Inizialmente il tuo manoscritto si chiamava “La malinconia dei coralli”? Trovo sia una bella immagine per descrivere una forma di “immortalità” presente in natura.
“Sì, trovo anche io che sia una immagine bella. I
coralli hanno una vita infinita, secondo alcuni studi, e sono anche degli
organismi marini di difficile interpretazione, ad esempio sembrano fiori non
animali. Quindi, rappresentavano bene ciò che sono o come appaiono i
ræbensoniani.”
Anche nel libro “L’invenzione di Morel” i personaggi sono intrappolati in un meccanismo, in quel caso di invenzione umana, che consegnerà loro la vita eterna a caro prezzo. Ti è stato di ispirazione? Quali sono i tuoi riferimenti letterari più importanti?
“Mi piace molto “L'invenzione di Morel” di Bioy Casares, quel meccanismo di perpetuazione dell'esistenza mi ha sempre affascinato, ma credo che mi abbia influenzato molto di più, lo dico con il senno di poi, un altro suo libro, “Il sogno degli eroi”, dove Emilio Gauna, il protagonista, ha un'esperienza incredibile che però non riesce a ricordare dopo poche ore dal suo avvenimento…
I riferimenti letterari sono tanti, sicuramente in questo libro in particolare c'è Sebald, Stevenson, il Nabokov de “La vera storia di Sebastian Knight”, il Pynchon de “L'incanto del lotto 49”, Borges, Bolaño di “Stella distante” e il Bernhard di “Amras.”
Da madre di gemelli, perché scegli di mettere due gemelli al centro della vicenda? Non ho potuto non pensare alla Kristóf.
“Sono sempre stato colpito dai gemelli, mi hanno
sempre fatto riflettere. Nella vita il massimo della coincidenza è che ci sia
qualcuno completamente identico a te. Quante volte siamo sorpresi quando ci
additano un nostro sosia o quello di una nostra amica. Non solo Kristóf in quel
libro tremendissimo che è “La trilogia della città di K.”, anche l’opera di Kafka
pullula di gemelli, è qualcosa che mi porta a pensare che le cose non accadono
per caso, è vero che spesso siamo portati a pensarlo perché non sono così
visibili o tangibili come nel caso dei gemelli. Vi è come un ordine che governa
le nostre vite, un ordine segreto, celato. Molte cose concorrono a suggerirlo:
l’alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte, la crescita delle
piante, l’operosità delle api…”
L’incontro della narrazione verbale con le immagini e le fotografie rende la lettura un’esperienza immersiva. Il pensiero in questo caso va ad Austerlitz di Sebald o a Belladonna della Drndić. Con quale scopo le hai inserite?
“Avevano un duplice scopo. Il romanzo procede
spesso con un andamento speculativo, argomentativo, quindi le immagini
conferivano al testo anche un carattere visivo supplementare. Ma avevano anche
il potere di aumentare il tasso di verosimiglianza e quindi la credibilità
della storia. Devo dire che per quanto mi riguarda sono state anche uno stimolo
immaginativo.”
“Le classificazioni sono come gli imperi, il loro domani è incerto.” Hai scritto un romanzo che è difficile classificare. Fiction, distopia, un’indagine, un’avventura, un romanzo filosofico, scientifico… C’è un carattere che prevale?
“Sebald parlava a proposito dei suoi scritti di
prose narrative. Direi che, pur nella sua aspecificità, è una definizione
appropriata. Il mio era un tentativo di rendere avventurosa questa prosa
narrativa.”
“Siamo circondati da cose che ignoriamo; ovunque andiamo noi non abbiamo idea di quello che non stiamo vedendo.” Questa frase mi ricorda il carattere disattentivo della sindrome di Ræbenson. Cosa non deve perdere il lettore riguardo il messaggio o il significato del tuo romanzo?
“Non saprei. Ho scritto il libro non partendo
dalla mia esperienza lavorativa in senso stretto. Per me l’esperienza è tutto,
è un’atmosfera della mente, è una tela di ragno dai fili di seta diceva Henry
James. Qualcosa che cattura tutto quello che entra nella sua orbita. Il vero
scrittore non scrive a partire dalla sua esperienza, ma vive come se niente
dovesse andar perduto. Vivere come se niente deve andar perduto, ecco, mi
sembra un buon messaggio da dare.”
Una curiosità sul nome Ræbenson: come nasce? Per assonanza mi ricorda Robinson Crusoe oppure Berenson, entrambi citati nel libro. Ho letto, inoltre, che in greco, "Ae" significa "aria" o "respiro", mentre in latino potrebbe essere la forma abbreviata di "aeternus", cioè "eterno" o "immortale".
“Mi sono divertito a giocare con questa parola,
Ræbenson, che io trovo bella e suggestiva. La tua è una intuizione brillante,
ae è proprio aeternus. Raben invece è corvo in tedesco, così come Raven in
inglese. Il corvo della poesia di Edgar Allan Poe dice continuamente Nevermore,
mai più. È il più triste lamento della letteratura e della vita.”
Una domanda un po’ filosofica per chiudere: a proposito del battito del cuore e l’oscillare del diaframma dici “cose esili e impalpabili reggono l’universo.” Secondo te quali sono?
“L’amicizia e la solidarietà, la cooperazione, la
gratitudine e il rispetto reciproco, la memoria condivisa, la prima luce del
mattino, l’ombra gentile e riposante della sera.”
Grazie infinite per la tua storia e la tua disponibilità.
“Grazie a te!”
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