INTERVISTA AD ALICE VICINI - FIGLI CHE CRESCONO FAMIGLIE CHE CAMBIANO

 


Alice Vicini, psicologa psicoterapeuta, con voce chiara e umana ci illumina sulle complesse dinamiche che regolano i rapporti tra genitori e figli. Racconta, senza insegnare e trasmette coraggio, senza giudicare.

Un libro per riflettere e ascoltarsi che consiglio a tutti quelli che stanno vivendo il viaggio emozionante, impegnativo e imprevedibile della genitorialità.

Alice, da dove nasce il desiderio di scrivere un libro come questo e a chi è indirizzato?

Più che da un desiderio, questo libro nasce da un bisogno che molti genitori mi hanno portato e continuano a manifestarmi nella stanza di psicoterapia: quello di avere dei riferimenti solidi in un mare magnum di voci ed opinioni che sostengono tutto e il contrario di tutto. Una pressione che al giorno d’oggi è aumentata esponenzialmente anche a causa dei nuovi strumenti di informazione e comunicazione, e che ho avvertito in primis come genitore oltre che come professionista. Il mio tentativo è quello di non proporre l’ennesimo manuale sulla genitorialità, perché ce ne sono già troppi e molto spesso pieni di indicazioni ed istruzioni difficilmente applicabili alla quotidianità, ma di fornire una chiave di lettura delle dinamiche famigliari, quindi non solo quelle che riguardano lo sviluppo dei figli ma anche dei loro genitori, nella cornice societaria attuale. Mentre lo scrivevo, lo pensavo appunto per genitori, educatori e chiunque abbia a che fare con la fascia di età prevalentemente descritta, cioè quella dei bambini fino agli 8 anni. Mi è poi stato riferito da diversi lettori non appartenenti a queste categorie che l’hanno trovato ricco di stimoli riflessivi… devo dire che mi ha fatto molto piacere.

Partiamo dal titolo, parli di genitorialità come entità fluida. “Se i genitori maturano, anche il figlio potrà farlo.” Un sistema dinamico quindi, che prevede una doppia maturazione sia genitoriale che filiale?

Esattamente, un sistema fluido, dinamico e soprattutto unico nelle sue caratteristiche peculiari. La genitorialità è un concerto dove ogni strumento fa la sua parte e influenza l’accompagnamento e la risposta degli altri membri dell’orchestra. Alle volte, lo stimolo maturativo viene dai figli e i genitori sostengono, con i loro mezzi, la crescita. Può succedere anche che la sollecitazione arrivi dai genitori o dall’esterno, in ogni caso il sistema cercherà di rispondere adattandosi a nuovi equilibri, anche attraversando delle crisi evolutive, rimanendo nella metafora, “stonando” un po'. L’esito del processo è uno sviluppo dei figli ed una maturazione dell’esperienza e della competenza dei genitori. È questo il cuore di ciò che si dice “crescere insieme” e che ogni famiglia affronta nella sua singolarità, che la distingue dalle altre.

Nel nostro contesto storico c’è disordine gerarchico, i ruoli sono più liquidi, da qui una perdita di autorevolezza da parte dei genitori. Che differenza c’è tra autorità e autorevolezza?

Bella e interessante domanda, sulla quale ci si interroga poco a mio parere. Sembra che ora parlare di autorevolezza genitoriale sia più accettabile che fare riferimento all’autorità parentale. Autorità è una parola che non suona bene al giorno d’oggi, rimanda il pensiero collettivo a concetti di forza e imposizione che poco si accostano alle attuali tendenze genitoriali. Di fatto però, quando diciamo ai genitori che dovrebbero essere autorevoli e non autoritari, questi non capiscono cosa, in concreto, debbano fare. In realtà con questi due termini ci riferiamo a cose diverse: l’autorità è legata al ruolo, quindi diciamo alla categoria, al “vestito” indossato da chi la esercita; con autorevolezza facciamo invece riferimento ad una relazione umana, a un “contenuto” fatto di stima, credito e fiducia che sono suscitati dalla personalità di chi ne gode. Possiamo essere autorevoli anche se non ci è stata assegnato un ruolo autoritario; diversamente, un genitore che esercita autorità senza godere della fiducia data dall’essere una figura solida e stabile agli occhi del figlio verrà percepito da questo come incoerente, rigido e inaffidabile.

Una bocca messa a tacere troverà il modo di esprimersi attraverso i gesti e i comportamenti.” Qual è l’importanza di legittimare la rabbia sia nostra sia dei nostri figli? Come possiamo imparare a stare nel conflitto, vivendolo come una possibilità di costruire un’identità?

La maggior parte dei genitori che incontro si sentono “difettosi” perché, parole loro, non riescono a non arrabbiarsi con i figli. Spesso sono anche quelli che però vogliono educare i bambini a non rinnegare nessuna loro emozione. Dobbiamo fare pace con la nostra rabbia se vogliamo che anche il bambino non ne abbia timore, non la soffochi o non la reprima. La rabbia è un’emozione primaria e come tale trova sempre la via di esprimersi: se non viene accolta in primis da chi la prova, prenderà altre vie rischiose per la salute psichica e fisica, questa è l’origine delle somatizzazioni. La rabbia, se la ascoltiamo e la accogliamo, ci guida al rispetto dei nostri confini e di quelli altrui. Da qui, dalla condivisione di spazi e dalle incomprensioni può talvolta nascere il conflitto, che non dobbiamo evitare ma allenarci a gestirlo. Le palestre in cui i figli si allenano sono il gruppo di amici, la scuola, le società sportive; è indispensabile però che l’apprendimento primario avvenga in famiglia perché il bambino possa accettare i suoi movimenti interni, anche quelli aggressivi, senza sentirsi “sbagliato”.

La rinuncia alla ricerca della perfezione è un tema da te sviscerato: perché un genitore non deve aspirare ad essere perfetto?

Per due importantissimi motivi: il primo è che la ricerca della perfezione, in quanto obiettivo irrealizzabile, ci condanna ad una frustrazione e ad un senso di inferiorità cronici. Il secondo è che questa ansia da prestazione si propaga ai figli, che vivono questa richiesta anche sulla loro pelle perché da genitori perfetti (o che ambiscono ad esserlo) ci si aspetta figli perfetti. Le dinamiche famigliari rischiano quindi di orientare tutti i componenti alla performance, e chi non sta al passo è più soggetto a rottura traumatica della relazione con la famiglia e comportamenti impulsivi, anche autodistruttivi. Ci si allontana così dai propri bisogni evolutivi, alla ricerca di un modello perfetto e irraggiungibile e a discapito della costruzione di un Sé autentico, con le conseguenze che ne possono derivare in termini di sofferenza psicologica.

La coppia viene vissuta metaforicamente dal figlio come due querce a cui poter legare gli estremi di un’amaca, nella quale il figlio stesso possa trovare riposo, conforto, ristoro e l’energia con cui ripartire”. Qual è l'importanza della coppia come perno evolutivo?

La coppia è il primo mattone, il tassello fondamentale sul quale si costruiscono le dinamiche famigliari. Una famiglia nel suo ciclo di vita subisce parecchie trasformazioni, ma la coppia è l’elemento che rimane relativamente stabile e attorno al quale si avvicendano le altre figure famigliari. Una buona alleanza tra genitori, che vede il confronto, la vicendevole presenza nella quotidianità famigliare e accoglie anche il disaccordo, consente ai figli di trovare nella famiglia quella base sicura di cui hanno bisogno per crescere, evolvere ed arrivare a separarsi dal nucleo d’origine. Ciò non significa che i genitori non possano discutere, andare in crisi o arrivare a dividersi come coppia sentimentale; l’aspetto centrale per il benessere dei figli è che venga preservato il valore e la solidità di entrambe le figure di riferimento e che venga mantenuta una relazione genitoriale sufficiente a garantire sicurezza.

Il ruolo del padre si è evoluto, perché coinvolgerlo attivamente e come fare?

Le funzioni materne e paterne hanno al giorno d’oggi una importante occasione di stabilire nuovi equilibri. In modelli societari precedenti l’accudimento dei figli era relegato quasi totalmente alle madri e il mantenimento della famiglia attraverso il lavoro era compito paterno. Nelle configurazioni famigliari attuali, sia padri che madri (purtroppo ancora in condizioni di svantaggio economico e culturale che pesa da una parte o dall’altra) lavorano e spesso entrambi hanno identità professionali solide e carriere avviate, quadro nel quale i figli entrano in scena. Diventa quindi necessario a livello oggettivo una riorganizzazione che preveda che entrambe le figure di riferimento siano attive e partecipi nell’accudimento primario, a partire da subito. Ma non ci sono solo motivazioni pratiche: negli ultimi decenni di trasformazione culturale i padri si sono trovati a dover occupare un ruolo nuovo, senza però avere esempi o modelli di riferimento. Molti di loro si sono spaventati o si sono sentiti svalutati dalle loro compagne, o accusati di non prendere posizione attiva nella nuova configurazione famigliare. Nella stanza di psicoterapia, le generazioni figlie di questi genitori gridano al vuoto paterno, alla sua assenza, alla mancanza di una figura maschile presente, accudente e normativa. Le conseguenze sono importanti e lasciano lo strascico per lungo tempo. È giunta l’ora che i padri prendano il loro spazio, e le madri lo concedano.

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” recita un proverbio africano. Perché la famiglia non basta?

Perché fin da piccoli siamo destinati alla socialità, ad aprirci al mondo, ad integrare con ciò che viene da “fuori” tutto ciò che di importante e prezioso abbiamo appreso dentro le mura domestiche. Le famiglie non devono avere paura dell’esterno, di stili educativi differenti, di nuove figure di riferimento per i figli. Se la famiglia è quella che determina la prima impronta nella formazione del bambino, è anche necessario che lo accompagni nell’aprirsi al nuovo, al mondo, che lo sostenga e lo lasci andare, favorendo il suo senso di fiducia e la sua indole esplorativa. È nella relazione con l’altro e nell’adattamento a nuovi contesti che si esprime l’essenza del nostro essere umani. Un sistema famigliare chiuso o eccessivamente protettivo rispetto alle sollecitazioni esterne diventerà antievolutivo, spesso perché spaventato dai possibili rischi che possono provenire da altre relazioni che il bambino può stringere fuori dalle mura domestiche. Ma un sistema di questo tipo non può che trasmettere paura, diffidenza e sfiducia al bambino nei confronti del mondo esterno, compromettendo la maturazione delle sue competenze sociali. Allo stesso tempo, un sistema eccessivamente aperto, che non accompagna ma spinge il figlio a esperienze precoci, può risultare altrettanto rischioso e promuovere insicurezza nei figli. Come scrivo anche nel libro, la famiglia in un buon equilibrio tra la promozione delle autonomie e la protezione, si comporta come una membrana cellulare, in grado di far passare dal dentro al fuori (e viceversa) ciò che costituisce un buon nutrimento, invece filtrare e proteggere da materiale potenzialmente nocivo.

I figli da sempre salvano i genitori, anche quando li aggrediscono verbalmente.” Cosa intendi?

È un vissuto frequente e comune in ognuno di noi, soprattutto se torniamo con la mente a quando eravamo adolescenti. Siamo stati furiosi con i nostri famigliari in alcuni momenti, allo stesso tempo eravamo disposti a proteggerli e giustificarli se qualcuno di esterno parlava male di loro o li trattava male. Aggressivi quando ci dobbiamo separare, ma soccorrevoli quando rischiano di soffrire eccessivamente. Questa è l’ambivalenza del legame tra figli e genitori: una necessità di svincolo identificatorio sulla base di una relazione affettivamente solida, di cui il figlio ha bisogno perché, fino ad una certa età, è l’unica che ha.

Quando possono essere dannose le aspettative che riponiamo nei nostri figli?

Rubo parte della risposta alla collega Stefania Andreoli, che in uno dei suoi scritti (“Lo faccio per me”, Rizzoli 2022) esprime l’impossibilità di non avere aspettative sui figli. Ad esempio, quando un bambino nasce la prima aspettativa dei genitori è che sopravviva. Di fatto, le aspettative fino ad un certo limite possono essere utili per guidare le azioni genitoriali, diventano però dannose quando non rispettano il confine identitario. Mi spiego, nel momento in cui io rivesto aspettative di successo sociale o scolastico su mio figlio, perché sono dimensioni in cui io a mia volta ho sofferto, sto involontariamente utilizzando mio figlio come un’estensione di me, come una possibilità di riscatto personale, che non mi permette di considerare mio figlio nella sua unicità ed individualità e quindi di capire che le sue predisposizioni, interessi e sofferenze possono essere molto diverse dalle mie. Allo stesso modo, le aspettative onnipotenti sono altrettanto dannose. “Basta che tu sia felice” è una frase che sento dire spesso dai genitori diretta ai figli, ma nasconde potentissime insidie, come quella del dover essere felice quasi in ogni momento perché i genitori hanno fatto tutto per te. Riflettiamoci: è un carico di aspettativa manipolatoria potentissimo, perché sta a sottintendere che se non sei felice non sei grato.

I figli hanno il diritto di provare qualsivoglia emozione nei confronti dei loro genitori.” Puoi rassicurare i genitori?

Ce ne è davvero bisogno? Lo dico col sorriso ovviamente. Una relazione affettiva solida può contenere in sé tutte le emozioni, anche quelle più sgradevoli, senza temere la minaccia della rottura. Io penso che l’unica relazione che può arrivare a vantare la massima solidità sia proprio quella tra genitori e figli. I genitori stessi provano emozioni contrastanti molto forti per i figli, fin da quando questi sono neonati. Magari si sentono in colpa per questo, anche se a mio parere non dovrebbero perché permettersi di essere anche molto arrabbiati con una persona a cui si vuole tanto bene, senza per questo sentire minacciata la relazione, costituisce un importante insegnamento per i figli stessi (la possibilità di provare, esprimere e legittimare le emozioni, come abbiamo detto prima) ed apre l’esperienza famigliare al raggiungimento di nuove competenze che nascono dallo scontro, cioè la possibilità di confrontarsi, patteggiare, differenziarsi. Ognuno di noi prova o ha provato sentimenti anche sgradevoli nei confronti della propria famiglia d’origine: quando un figlio sente che i genitori hanno le spalle sufficientemente larghe per poter accogliere e tollerare la sua unicità, è meno intimorito nel mostrare il suo mondo interno. Lo dico spesso ai genitori fin da quando i bambini sono piccoli: se vi fa vedere la sua rabbia, allora vi considera sufficientemente forti per contenerla.

Riguardo le fiabe ti chiedi: “Smettiamo di raccontare per non spaventare o per non spaventarci?” E ancora: “Nella nostra vita prima o poi siamo astutissimi Pollicini, Orchi grossi, cattivi e goffi, matrigne invidiose. I bambini lo sanno, nella relazione lo imparano, nelle fiabe lo studiano.” Perché dobbiamo continuare a leggerle ai nostri figli?

Le fiabe costituiscono un’eredità umana che viene da lontano, sia storicamente che geograficamente, e che porta significati simbolici autentici, potenti, che i bambini colgono al volo. Questo tema costituisce una mia grande passione e non mi stanco mai di vedere bambini rapiti dall’ascolto delle fiabe classiche, anche al giorno d’oggi che sono bersagliati da stimoli che si propongono come più attraenti ai loro occhi. Ma loro continuano a chiedere Biancaneve, i tre porcellini, Pollicino. C’è qualcosa di fatato in questo, che a mio avviso è il bisogno umano, in età evolutiva, di essere motivato e rassicurato del fatto che gli orchi possono essere sconfitti, le matrigne cattive non controlleranno per sempre la nostra vita, qualche aiutante magico ci aiuterà, infine cresceremo e troveremo la nostra identità, simbolicamente il nostro regno o la nostra fortuna. Le fiabe sono tutte accomunate da un aspetto centrale, ovvero che per i protagonisti, che inizialmente vivono in una dimensione di relativa tranquillità, la vicenda, a un certo punto, si complica parecchio. La realizzazione identitaria avviene solo attraverso la risoluzione di questi guai, e più il protagonista si trova in faccende complicate più sarà lodato e riconosciuto come eroe alla fine della fiaba. Questo è un aspetto cruciale di motivazione per i bambini, che possono riconoscersi nei protagonisti delle loro fiabe preferite quando si trovano in situazioni stressanti. I protagonisti non sono però gli unici oggetti di identificazione che le fiabe offrono. Con un piccolo atto di sincerità, possiamo alle volte riconoscere in noi stessi aspetti di sorellastre invidiose o di aiutanti magici indispensabili. La fiaba costituisce in poche righe un piccolo vademecum identificatorio che la cultura popolare ci offre con spontaneità e semplicità. Non dobbiamo fare altro che continuare ad utilizzarlo.

La felicità non deriva da un vita senza problemi, ma dal superamento delle difficoltà.” Perché allenarsi a perdere è necessario?

Se non ci facciamo le ossa, crescendo, attraverso i primi tentativi falliti, qualche scoraggiamento inevitabile, alcuni rifiuti, in pratica quella che Kohut chiamava una frustrazione ottimale, quindi un’esperienza di crescita bilanciata tra gratificazione e frustrazione, ogni evento potenzialmente critico della vita da adolescenti e da adulti ci metterà addosso una quantità di paura tale che sarà sempre più faticoso, per noi, trovare il coraggio necessario ad affrontare queste sfide. I genitori spesso cadono nell’errore di dover essere loro a far felici i figli, ma la felicità, per come la intendeva Bauman, è una conquista personale che deriva dall’efficacia nell’affrontare e superare gli imprevisti della vita. Se i genitori si sostituiscono ai figli nella risoluzione delle loro problematiche, non fanno altro che passare loro un messaggio di fragilità e incapacità, come a dire: “Lascia stare, ci penso io perché tu non sei in grado, non hai le capacità”. Per questo è importante che il genitore conceda al figlio di gestire le sfide quotidiane alla sua portata, rimanendo disponibile ad intervenire in caso di reale necessità. È il tema centrale dello sviluppo delle competenze, dell’autostima e della personalità: sopravvivere al fallimento, alla sconfitta, rialzarsi e vedere che si può riprovare. Penso sia quello che intendeva Beckett con il suo: “Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.”

La noia è uno degli elementi base della creatività.” Spiegaci perché.

Sai che da quando è uscito Inside out 2 la maggior parte dei genitori mi dice che il personaggio prediletto dei loro figli (che rientrano per lo più nell’età della primaria) è proprio NOIA? Mi ha fatto sorridere questa cosa e mi sono chiesta il perché di questa popolarità. Mi sono risposta che probabilmente i bambini di quell’età sono attratti da questo personaggio che forse, tra tutti, rappresenta di più l’adolescenza. La noia è quella sgradevolissima sensazione che proviamo solo se ci sono alcune condizioni di base: se siamo riposati, quindi abbiamo abbastanza energia per attivarci a fare qualcosa; se non abbiamo un programma, quindi non sappiamo cosa fare; se riusciamo a stare nell’attesa, che è un’abilità che siamo riusciti a maturare negli anni precedenti se il nostro tempo non è stato saturato. Sì, perché riempire il tempo dei figli non è una buona idea; è nel tempo vuoto che i bambini si rigenerano. Quando li vediamo sul divano apparentemente a fare niente, con lo sguardo fisso nel vuoto, che si trascinano stancamente da una stanza all’altra, è lì che noia colpisce e creatività ha la sua occasione. Perché quella sensazione diventa così insopportabile e fastidiosa che, pur di allontanarla, mi invento qualcosa da fare, un disegno, un gioco, un’avventura. É un processo meraviglioso ma è anche un altro percorso di apprendimento che prevede il sostegno dei genitori, che da un lato non dovrebbero correre per annullare lo stato di noia dei figli (come purtroppo succede spesso con gli schermi o con l’esubero di attività), dall’altro sarebbero chiamati dai figli a sostenerli nella ricerca di qualcosa con cui occupare il tempo.

Il bambino è un individuo altro da noi, con le sue caratteristiche uniche e con i suoi aspetti identitari in "ombra".” Ci puoi parlare di questa fondamentale e importante distinzione?

A mio parere è uno dei nuclei centrali del mio libro: il processo di separazione-individuazione. Quando un genitore arriva a comprendere che il figlio ha una sua identità, in via di definizione ma autonoma, quindi non è un’estensione dei genitori stessi e il suo comportamento parla di sé, non è un giudizio a loro, allora la famiglia è sulla buona strada per compiere un processo evolutivo completo e comprendere quindi che i figli non sono completamente controllabili come se fossero un braccio o un’altra parte del corpo dei genitori, che non provano necessariamente le stesse emozioni dei genitori in situazioni analoghe, che hanno diritto ai loro segreti e ad una loro dimensione privata. Quando i figli sentono che questo spazio identitario privato è legittimato e rispettato dai loro famigliari, solo allora possono decidere se condividerlo o no con i genitori, magari chiedendo il loro aiuto se stanno passando un momento difficile. Questo non vuol dire che il genitore debba mostrarsi disinteressato alla vita fuori casa del figlio, tutt’altro. Significa però non confondere l’interesse con il controllo.

Perché l’evitamento della sofferenza è dannoso?

Perché è impossibile evitare la sofferenza. Posso solo negarla, ricacciarla indietro, archiviare la sensazione dolorosa dentro di me fino a far fatica a riconoscerla. Ma non è la strada che suggerirei. Alla maggior parte delle persone che si rivolgono a me è successo esattamente questo e dopo anni si ritrovano ad avere a che fare con stati di insoddisfazione cronica o di sintomatologia psicosomatica di cui ormai non sanno più dove affondano le radici. Vengono quindi in psicoterapia per scoprirlo, per andare a scovare il dolore che hanno sepolto per anni e dargli voce. Molte volte ne sono spaventati, perché non avendolo mai fatto, temono di non avere gli strumenti per gestire la sofferenza che può scaturire dal lavoro terapeutico. Lo scopo mio e dei miei colleghi diventa quindi quello di accogliere e favorire il compimento di questo processo, perché un geyser non diventi un vulcano o un terremoto, cioè qualcosa che può emergere senza provocare gravi danni non diventi qualcosa di distruttivo sia per la persona stessa che per le sue relazioni. Le pressioni interne devono prima o poi trovare uno sfiato, altrimenti rimangono dentro di noi diventando, potenzialmente, delle bombe a orologeria.

Cosa diresti a un genitore che si sente in crisi?

Quello che dico sempre: che la crisi è evolutiva, che qualcosa sta facendo pressione per cambiare e che opporsi al cambiamento può far stare solo peggio sia noi stessi che i nostri famigliari. Non dico che in piena crisi dovremmo quasi essere contenti, ma tener presente che le crisi altro non sono che un passaggio da uno stato di equilibrio ad un altro, più soddisfacente, quello sì. È quanto ci racconta la mia paziente citata alla fine del libro, e ciò che ci dice anche Guccini cantando i versi: “Certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”.

Consiglieresti qualche libro in particolare a chi volesse approfondire questi temi?

Tanti, tantissimi. Alcuni sono citati nel libro che ho scritto a seconda dei temi che man mano vengono affrontati. La psicologia divulgativa e la letteratura narrativa sono due ambiti ricchissimi di spunti. I primi che mi vengono in mente? “Mio figlio è normale” di Stefania Andreoli e “Amori tossici” di Laura Pigozzi, per quanto riguarda la letteratura di settore. Per la narrativa, non mi stancherò mai di suggerire “Gli sdraiati” di Michele Serra.

Per finire… Cos’è l’Associazione Bandolo?

È un’associazione no profit di promozione e di divulgazione del benessere psicologico che io ed altre colleghe abbiamo fondato nel 2013. Ad oggi è diventata una realtà a cui siamo profondamente legate, perché negli anni ci ha consentito di incontrare i bisogni delle persone, stringere relazioni importanti, costruire una ricca rete professionale e dare vita a tanti importanti progetti che ad oggi coprono diversi aspetti della vita delle persone, anche se il nostro interesse centrale rimane il campo della genitorialità. Se posso approfittare di un “piccolo spazio pubblicità”, le pagine social di Associazione Bandolo (siamo si Instagram e su Facebook) sono aggiornate su tutte le nostre attività. Venite a visitarci...



Ti ringrazio per la tua gentilezza e per la tua sensibilità. Attendo ora il libro sull’adolescenza…

Eh chissà... scrivere è stata una esperienza entusiasmante che mi piacerebbe ripetere. Qualcosa bolle già in pentola... vedremo il futuro cosa riserverà.

 



@bartle_book

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