INTERVISTA AD ALICE VICINI - FIGLI CHE CRESCONO FAMIGLIE CHE CAMBIANO
Alice Vicini, psicologa psicoterapeuta, con voce chiara e umana ci illumina
sulle complesse dinamiche che regolano i rapporti tra genitori e figli.
Racconta, senza insegnare e trasmette coraggio, senza giudicare.
Un libro per riflettere e ascoltarsi
che consiglio a tutti quelli che stanno vivendo il viaggio emozionante,
impegnativo e imprevedibile della genitorialità.
Alice, da dove nasce il desiderio di
scrivere un libro come questo e a chi è indirizzato?
Più che da un desiderio, questo
libro nasce da un bisogno che molti genitori mi hanno portato e continuano a
manifestarmi nella stanza di psicoterapia: quello di avere dei riferimenti
solidi in un mare magnum di voci ed opinioni che sostengono tutto e il
contrario di tutto. Una pressione che al giorno d’oggi è aumentata
esponenzialmente anche a causa dei nuovi strumenti di informazione e
comunicazione, e che ho avvertito in primis come genitore oltre che come
professionista. Il mio tentativo è quello di non proporre l’ennesimo manuale
sulla genitorialità, perché ce ne sono già troppi e molto spesso pieni di
indicazioni ed istruzioni difficilmente applicabili alla quotidianità, ma di
fornire una chiave di lettura delle dinamiche famigliari, quindi non solo
quelle che riguardano lo sviluppo dei figli ma anche dei loro genitori, nella
cornice societaria attuale. Mentre lo scrivevo, lo pensavo appunto per
genitori, educatori e chiunque abbia a che fare con la fascia di età
prevalentemente descritta, cioè quella dei bambini fino agli 8 anni. Mi è poi
stato riferito da diversi lettori non appartenenti a queste categorie che
l’hanno trovato ricco di stimoli riflessivi… devo dire che mi ha fatto molto
piacere.
Partiamo dal titolo, parli di
genitorialità come entità fluida. “Se i genitori maturano, anche il figlio
potrà farlo.” Un sistema dinamico quindi, che prevede una doppia maturazione
sia genitoriale che filiale?
Esattamente, un sistema fluido,
dinamico e soprattutto unico nelle sue caratteristiche peculiari. La
genitorialità è un concerto dove ogni strumento fa la sua parte e influenza
l’accompagnamento e la risposta degli altri membri dell’orchestra. Alle volte,
lo stimolo maturativo viene dai figli e i genitori sostengono, con i loro
mezzi, la crescita. Può succedere anche che la sollecitazione arrivi dai
genitori o dall’esterno, in ogni caso il sistema cercherà di rispondere
adattandosi a nuovi equilibri, anche attraversando delle crisi evolutive,
rimanendo nella metafora, “stonando” un po'. L’esito del processo è uno
sviluppo dei figli ed una maturazione dell’esperienza e della competenza dei
genitori. È questo il cuore di ciò che si dice “crescere insieme” e che ogni
famiglia affronta nella sua singolarità, che la distingue dalle altre.
Nel nostro contesto storico c’è
disordine gerarchico, i ruoli sono più liquidi, da qui una perdita di
autorevolezza da parte dei genitori. Che differenza c’è tra autorità e
autorevolezza?
Bella e interessante domanda, sulla
quale ci si interroga poco a mio parere. Sembra che ora parlare di autorevolezza
genitoriale sia più accettabile che fare riferimento all’autorità parentale.
Autorità è una parola che non suona bene al giorno d’oggi, rimanda il
pensiero collettivo a concetti di forza e imposizione che poco si accostano
alle attuali tendenze genitoriali. Di fatto però, quando diciamo ai genitori
che dovrebbero essere autorevoli e non autoritari, questi non capiscono cosa,
in concreto, debbano fare. In realtà con questi due termini ci riferiamo a cose
diverse: l’autorità è legata al ruolo, quindi diciamo alla categoria, al
“vestito” indossato da chi la esercita; con autorevolezza facciamo invece
riferimento ad una relazione umana, a un “contenuto” fatto di stima, credito e
fiducia che sono suscitati dalla personalità di chi ne gode. Possiamo essere
autorevoli anche se non ci è stata assegnato un ruolo autoritario; diversamente,
un genitore che esercita autorità senza godere della fiducia data dall’essere
una figura solida e stabile agli occhi del figlio verrà percepito da questo
come incoerente, rigido e inaffidabile.
“Una bocca messa a tacere troverà il
modo di esprimersi attraverso i gesti e i comportamenti.” Qual è l’importanza
di legittimare la rabbia sia nostra sia dei nostri figli? Come possiamo
imparare a stare nel conflitto, vivendolo come una possibilità di costruire
un’identità?
La maggior parte dei genitori che
incontro si sentono “difettosi” perché, parole loro, non riescono a non
arrabbiarsi con i figli. Spesso sono anche quelli che però vogliono educare
i bambini a non rinnegare nessuna loro emozione. Dobbiamo fare pace con la
nostra rabbia se vogliamo che anche il bambino non ne abbia timore, non la
soffochi o non la reprima. La rabbia è un’emozione primaria e come tale trova
sempre la via di esprimersi: se non viene accolta in primis da chi la prova, prenderà
altre vie rischiose per la salute psichica e fisica, questa è l’origine delle
somatizzazioni. La rabbia, se la ascoltiamo e la accogliamo, ci guida al
rispetto dei nostri confini e di quelli altrui. Da qui, dalla condivisione di
spazi e dalle incomprensioni può talvolta nascere il conflitto, che non
dobbiamo evitare ma allenarci a gestirlo. Le palestre in cui i figli si
allenano sono il gruppo di amici, la scuola, le società sportive; è
indispensabile però che l’apprendimento primario avvenga in famiglia perché il
bambino possa accettare i suoi movimenti interni, anche quelli aggressivi,
senza sentirsi “sbagliato”.
La rinuncia alla ricerca della
perfezione è un tema da te sviscerato: perché un genitore non deve aspirare ad
essere perfetto?
Per due importantissimi motivi: il
primo è che la ricerca della perfezione, in quanto obiettivo irrealizzabile, ci
condanna ad una frustrazione e ad un senso di inferiorità cronici. Il secondo è
che questa ansia da prestazione si propaga ai figli, che vivono questa
richiesta anche sulla loro pelle perché da genitori perfetti (o che ambiscono
ad esserlo) ci si aspetta figli perfetti. Le dinamiche famigliari rischiano
quindi di orientare tutti i componenti alla performance, e chi non sta al passo
è più soggetto a rottura traumatica della relazione con la famiglia e
comportamenti impulsivi, anche autodistruttivi. Ci si allontana così dai propri
bisogni evolutivi, alla ricerca di un modello perfetto e irraggiungibile e a
discapito della costruzione di un Sé autentico, con le conseguenze che ne
possono derivare in termini di sofferenza psicologica.
“La coppia viene vissuta metaforicamente dal figlio come due querce a
cui poter legare gli estremi di un’amaca, nella quale il figlio stesso possa
trovare riposo, conforto, ristoro e l’energia con cui ripartire”. Qual è l'importanza della coppia come
perno evolutivo?
La coppia è il primo mattone, il
tassello fondamentale sul quale si costruiscono le dinamiche famigliari. Una
famiglia nel suo ciclo di vita subisce parecchie trasformazioni, ma la coppia è
l’elemento che rimane relativamente stabile e attorno al quale si avvicendano
le altre figure famigliari. Una buona alleanza tra genitori, che vede il
confronto, la vicendevole presenza nella quotidianità famigliare e accoglie
anche il disaccordo, consente ai figli di trovare nella famiglia quella base
sicura di cui hanno bisogno per crescere, evolvere ed arrivare a separarsi
dal nucleo d’origine. Ciò non significa che i genitori non possano discutere,
andare in crisi o arrivare a dividersi come coppia sentimentale; l’aspetto
centrale per il benessere dei figli è che venga preservato il valore e la
solidità di entrambe le figure di riferimento e che venga mantenuta una
relazione genitoriale sufficiente a garantire sicurezza.
Il ruolo del padre si è evoluto, perché
coinvolgerlo attivamente e come fare?
Le funzioni materne e paterne hanno al
giorno d’oggi una importante occasione di stabilire nuovi equilibri. In modelli
societari precedenti l’accudimento dei figli era relegato quasi totalmente alle
madri e il mantenimento della famiglia attraverso il lavoro era compito
paterno. Nelle configurazioni famigliari attuali, sia padri che madri
(purtroppo ancora in condizioni di svantaggio economico e culturale che pesa da
una parte o dall’altra) lavorano e spesso entrambi hanno identità professionali
solide e carriere avviate, quadro nel quale i figli entrano in scena. Diventa
quindi necessario a livello oggettivo una riorganizzazione che preveda che
entrambe le figure di riferimento siano attive e partecipi nell’accudimento
primario, a partire da subito. Ma non ci sono solo motivazioni pratiche: negli
ultimi decenni di trasformazione culturale i padri si sono trovati a dover
occupare un ruolo nuovo, senza però avere esempi o modelli di riferimento.
Molti di loro si sono spaventati o si sono sentiti svalutati dalle loro
compagne, o accusati di non prendere posizione attiva nella nuova
configurazione famigliare. Nella stanza di psicoterapia, le generazioni figlie
di questi genitori gridano al vuoto paterno, alla sua assenza, alla mancanza di
una figura maschile presente, accudente e normativa. Le conseguenze sono
importanti e lasciano lo strascico per lungo tempo. È giunta l’ora che i padri
prendano il loro spazio, e le madri lo concedano.
“Per crescere un bambino ci vuole un
intero villaggio” recita un proverbio africano. Perché la famiglia non basta?
Perché fin da piccoli siamo destinati
alla socialità, ad aprirci al mondo, ad integrare con ciò che viene da “fuori”
tutto ciò che di importante e prezioso abbiamo appreso dentro le mura
domestiche. Le famiglie non devono avere paura dell’esterno, di stili educativi
differenti, di nuove figure di riferimento per i figli. Se la famiglia è quella
che determina la prima impronta nella formazione del bambino, è anche
necessario che lo accompagni nell’aprirsi al nuovo, al mondo, che lo sostenga e
lo lasci andare, favorendo il suo senso di fiducia e la sua indole esplorativa.
È nella relazione con l’altro e nell’adattamento a nuovi contesti che si
esprime l’essenza del nostro essere umani. Un sistema famigliare chiuso
o eccessivamente protettivo rispetto alle sollecitazioni esterne diventerà antievolutivo,
spesso perché spaventato dai possibili rischi che possono provenire da altre relazioni
che il bambino può stringere fuori dalle mura domestiche. Ma un sistema di
questo tipo non può che trasmettere paura, diffidenza e sfiducia al bambino nei
confronti del mondo esterno, compromettendo la maturazione delle sue competenze
sociali. Allo stesso tempo, un sistema eccessivamente aperto, che non
accompagna ma spinge il figlio a esperienze precoci, può risultare altrettanto
rischioso e promuovere insicurezza nei figli. Come scrivo anche nel libro, la
famiglia in un buon equilibrio tra la promozione delle autonomie e la
protezione, si comporta come una membrana cellulare, in grado di far
passare dal dentro al fuori (e viceversa) ciò che costituisce un buon
nutrimento, invece filtrare e proteggere da materiale potenzialmente nocivo.
“I figli da sempre salvano i
genitori, anche quando li aggrediscono verbalmente.” Cosa intendi?
È un vissuto frequente e comune in
ognuno di noi, soprattutto se torniamo con la mente a quando eravamo
adolescenti. Siamo stati furiosi con i nostri famigliari in alcuni momenti,
allo stesso tempo eravamo disposti a proteggerli e giustificarli se qualcuno di
esterno parlava male di loro o li trattava male. Aggressivi quando ci dobbiamo
separare, ma soccorrevoli quando rischiano di soffrire eccessivamente. Questa è
l’ambivalenza del legame tra figli e genitori: una necessità di svincolo
identificatorio sulla base di una relazione affettivamente solida, di cui il
figlio ha bisogno perché, fino ad una certa età, è l’unica che ha.
Quando possono essere dannose le
aspettative che riponiamo nei nostri figli?
Rubo parte della risposta alla collega
Stefania Andreoli, che in uno dei suoi scritti (“Lo faccio per me”, Rizzoli
2022) esprime l’impossibilità di non avere aspettative sui figli. Ad esempio,
quando un bambino nasce la prima aspettativa dei genitori è che sopravviva. Di
fatto, le aspettative fino ad un certo limite possono essere utili per guidare
le azioni genitoriali, diventano però dannose quando non rispettano il confine
identitario. Mi spiego, nel momento in cui io rivesto aspettative di successo
sociale o scolastico su mio figlio, perché sono dimensioni in cui io a mia
volta ho sofferto, sto involontariamente utilizzando mio figlio come
un’estensione di me, come una possibilità di riscatto personale, che non mi
permette di considerare mio figlio nella sua unicità ed individualità e quindi
di capire che le sue predisposizioni, interessi e sofferenze possono essere
molto diverse dalle mie. Allo stesso modo, le aspettative onnipotenti sono
altrettanto dannose. “Basta che tu sia felice” è una frase che sento dire
spesso dai genitori diretta ai figli, ma nasconde potentissime insidie, come
quella del dover essere felice quasi in ogni momento perché i genitori hanno
fatto tutto per te. Riflettiamoci: è un carico di aspettativa manipolatoria
potentissimo, perché sta a sottintendere che se non sei felice non sei grato.
“I figli hanno il diritto di provare
qualsivoglia emozione nei confronti dei loro genitori.” Puoi rassicurare i
genitori?
Ce ne è davvero bisogno? Lo dico col
sorriso ovviamente. Una relazione affettiva solida può contenere in sé tutte le
emozioni, anche quelle più sgradevoli, senza temere la minaccia della rottura.
Io penso che l’unica relazione che può arrivare a vantare la massima solidità
sia proprio quella tra genitori e figli. I genitori stessi provano emozioni
contrastanti molto forti per i figli, fin da quando questi sono neonati. Magari
si sentono in colpa per questo, anche se a mio parere non dovrebbero perché permettersi
di essere anche molto arrabbiati con una persona a cui si vuole tanto bene,
senza per questo sentire minacciata la relazione, costituisce un importante
insegnamento per i figli stessi (la possibilità di provare, esprimere e
legittimare le emozioni, come abbiamo detto prima) ed apre l’esperienza
famigliare al raggiungimento di nuove competenze che nascono dallo scontro,
cioè la possibilità di confrontarsi, patteggiare, differenziarsi. Ognuno di noi
prova o ha provato sentimenti anche sgradevoli nei confronti della propria
famiglia d’origine: quando un figlio sente che i genitori hanno le spalle
sufficientemente larghe per poter accogliere e tollerare la sua unicità, è meno
intimorito nel mostrare il suo mondo interno. Lo dico spesso ai genitori fin da
quando i bambini sono piccoli: se vi fa vedere la sua rabbia, allora vi
considera sufficientemente forti per contenerla.
Riguardo le fiabe ti chiedi: “Smettiamo
di raccontare per non spaventare o per non spaventarci?” E ancora: “Nella nostra vita prima o poi siamo
astutissimi Pollicini, Orchi grossi, cattivi e goffi, matrigne invidiose. I
bambini lo sanno, nella relazione lo imparano, nelle fiabe lo studiano.” Perché dobbiamo continuare a leggerle
ai nostri figli?
Le fiabe costituiscono un’eredità umana
che viene da lontano, sia storicamente che geograficamente, e che porta
significati simbolici autentici, potenti, che i bambini colgono al volo. Questo
tema costituisce una mia grande passione e non mi stanco mai di vedere bambini
rapiti dall’ascolto delle fiabe classiche, anche al giorno d’oggi che sono
bersagliati da stimoli che si propongono come più attraenti ai loro occhi. Ma
loro continuano a chiedere Biancaneve, i tre porcellini, Pollicino. C’è
qualcosa di fatato in questo, che a mio avviso è il bisogno umano, in età
evolutiva, di essere motivato e rassicurato del fatto che gli orchi possono
essere sconfitti, le matrigne cattive non controlleranno per sempre la nostra
vita, qualche aiutante magico ci aiuterà, infine cresceremo e troveremo la
nostra identità, simbolicamente il nostro regno o la nostra fortuna. Le fiabe
sono tutte accomunate da un aspetto centrale, ovvero che per i protagonisti,
che inizialmente vivono in una dimensione di relativa tranquillità, la vicenda,
a un certo punto, si complica parecchio. La realizzazione identitaria avviene
solo attraverso la risoluzione di questi guai, e più il protagonista si trova
in faccende complicate più sarà lodato e riconosciuto come eroe alla fine della
fiaba. Questo è un aspetto cruciale di motivazione per i bambini, che possono
riconoscersi nei protagonisti delle loro fiabe preferite quando si trovano in
situazioni stressanti. I protagonisti non sono però gli unici oggetti di
identificazione che le fiabe offrono. Con un piccolo atto di sincerità,
possiamo alle volte riconoscere in noi stessi aspetti di sorellastre invidiose
o di aiutanti magici indispensabili. La fiaba costituisce in poche righe un
piccolo vademecum identificatorio che la cultura popolare ci offre con
spontaneità e semplicità. Non dobbiamo fare altro che continuare ad
utilizzarlo.
“La felicità non deriva da un vita senza
problemi, ma dal superamento delle difficoltà.” Perché allenarsi a perdere è
necessario?
Se non ci facciamo le ossa, crescendo,
attraverso i primi tentativi falliti, qualche scoraggiamento inevitabile,
alcuni rifiuti, in pratica quella che Kohut chiamava una frustrazione
ottimale, quindi un’esperienza di crescita bilanciata tra gratificazione e
frustrazione, ogni evento potenzialmente critico della vita da adolescenti e da
adulti ci metterà addosso una quantità di paura tale che sarà sempre più
faticoso, per noi, trovare il coraggio necessario ad affrontare queste sfide. I
genitori spesso cadono nell’errore di dover essere loro a far felici i figli,
ma la felicità, per come la intendeva Bauman, è una conquista personale che
deriva dall’efficacia nell’affrontare e superare gli imprevisti della vita. Se
i genitori si sostituiscono ai figli nella risoluzione delle loro problematiche,
non fanno altro che passare loro un messaggio di fragilità e incapacità, come a
dire: “Lascia stare, ci penso io perché tu non sei in grado, non hai le
capacità”. Per questo è importante che il genitore conceda al figlio di gestire
le sfide quotidiane alla sua portata, rimanendo disponibile ad intervenire in
caso di reale necessità. È il tema centrale dello sviluppo delle competenze,
dell’autostima e della personalità: sopravvivere al fallimento, alla sconfitta,
rialzarsi e vedere che si può riprovare. Penso sia quello che intendeva Beckett
con il suo: “Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.”
“La noia è uno degli elementi base
della creatività.” Spiegaci perché.
Sai che da quando è uscito Inside out 2
la maggior parte dei genitori mi dice che il personaggio prediletto dei loro
figli (che rientrano per lo più nell’età della primaria) è proprio NOIA? Mi ha
fatto sorridere questa cosa e mi sono chiesta il perché di questa popolarità.
Mi sono risposta che probabilmente i bambini di quell’età sono attratti da
questo personaggio che forse, tra tutti, rappresenta di più l’adolescenza. La
noia è quella sgradevolissima sensazione che proviamo solo se ci sono alcune
condizioni di base: se siamo riposati, quindi abbiamo abbastanza energia per
attivarci a fare qualcosa; se non abbiamo un programma, quindi non sappiamo
cosa fare; se riusciamo a stare nell’attesa, che è un’abilità che siamo
riusciti a maturare negli anni precedenti se il nostro tempo non è stato
saturato. Sì, perché riempire il tempo dei figli non è una buona idea; è nel
tempo vuoto che i bambini si rigenerano. Quando li vediamo sul divano
apparentemente a fare niente, con lo sguardo fisso nel vuoto, che si trascinano
stancamente da una stanza all’altra, è lì che noia colpisce e creatività
ha la sua occasione. Perché quella sensazione diventa così insopportabile e
fastidiosa che, pur di allontanarla, mi invento qualcosa da fare, un disegno,
un gioco, un’avventura. É un processo meraviglioso ma è anche un altro percorso
di apprendimento che prevede il sostegno dei genitori, che da un lato non
dovrebbero correre per annullare lo stato di noia dei figli (come purtroppo
succede spesso con gli schermi o con l’esubero di attività), dall’altro
sarebbero chiamati dai figli a sostenerli nella ricerca di qualcosa con cui
occupare il tempo.
“Il bambino è un individuo altro
da noi, con le sue caratteristiche uniche e con i suoi aspetti
identitari in "ombra".” Ci puoi parlare di questa fondamentale e
importante distinzione?
A mio parere è uno dei nuclei centrali
del mio libro: il processo di separazione-individuazione. Quando un genitore
arriva a comprendere che il figlio ha una sua identità, in via di definizione
ma autonoma, quindi non è un’estensione dei genitori stessi e il suo
comportamento parla di sé, non è un giudizio a loro, allora la famiglia è sulla
buona strada per compiere un processo evolutivo completo e comprendere quindi
che i figli non sono completamente controllabili come se fossero un braccio o
un’altra parte del corpo dei genitori, che non provano necessariamente le
stesse emozioni dei genitori in situazioni analoghe, che hanno diritto ai loro
segreti e ad una loro dimensione privata. Quando i figli sentono che questo
spazio identitario privato è legittimato e rispettato dai loro famigliari, solo
allora possono decidere se condividerlo o no con i genitori, magari chiedendo
il loro aiuto se stanno passando un momento difficile. Questo non vuol dire che
il genitore debba mostrarsi disinteressato alla vita fuori casa del figlio,
tutt’altro. Significa però non confondere l’interesse con il controllo.
Perché l’evitamento della sofferenza è
dannoso?
Perché è impossibile evitare la
sofferenza. Posso solo negarla, ricacciarla indietro, archiviare la sensazione
dolorosa dentro di me fino a far fatica a riconoscerla. Ma non è la strada che
suggerirei. Alla maggior parte delle persone che si rivolgono a me è successo
esattamente questo e dopo anni si ritrovano ad avere a che fare con stati di insoddisfazione
cronica o di sintomatologia psicosomatica di cui ormai non sanno più dove
affondano le radici. Vengono quindi in psicoterapia per scoprirlo, per andare a
scovare il dolore che hanno sepolto per anni e dargli voce. Molte volte ne sono
spaventati, perché non avendolo mai fatto, temono di non avere gli strumenti
per gestire la sofferenza che può scaturire dal lavoro terapeutico. Lo scopo
mio e dei miei colleghi diventa quindi quello di accogliere e favorire il
compimento di questo processo, perché un geyser non diventi un vulcano o un
terremoto, cioè qualcosa che può emergere senza provocare gravi danni non diventi
qualcosa di distruttivo sia per la persona stessa che per le sue relazioni. Le
pressioni interne devono prima o poi trovare uno sfiato, altrimenti rimangono
dentro di noi diventando, potenzialmente, delle bombe a orologeria.
Cosa diresti a un genitore che si sente
in crisi?
Quello che dico sempre: che la crisi è
evolutiva, che qualcosa sta facendo pressione per cambiare e che opporsi al
cambiamento può far stare solo peggio sia noi stessi che i nostri famigliari.
Non dico che in piena crisi dovremmo quasi essere contenti, ma tener presente
che le crisi altro non sono che un passaggio da uno stato di equilibrio ad un
altro, più soddisfacente, quello sì. È quanto ci racconta la mia paziente
citata alla fine del libro, e ciò che ci dice anche Guccini cantando i versi:
“Certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”.
Consiglieresti qualche libro in
particolare a chi volesse approfondire questi temi?
Tanti, tantissimi. Alcuni sono citati
nel libro che ho scritto a seconda dei temi che man mano vengono affrontati. La
psicologia divulgativa e la letteratura narrativa sono due ambiti ricchissimi
di spunti. I primi che mi vengono in mente? “Mio figlio è normale” di Stefania
Andreoli e “Amori tossici” di Laura Pigozzi, per quanto riguarda la letteratura
di settore. Per la narrativa, non mi stancherò mai di suggerire “Gli sdraiati”
di Michele Serra.
Per finire… Cos’è l’Associazione
Bandolo?
È un’associazione no profit di promozione e di divulgazione del benessere psicologico che io ed altre colleghe abbiamo fondato nel 2013. Ad oggi è diventata una realtà a cui siamo profondamente legate, perché negli anni ci ha consentito di incontrare i bisogni delle persone, stringere relazioni importanti, costruire una ricca rete professionale e dare vita a tanti importanti progetti che ad oggi coprono diversi aspetti della vita delle persone, anche se il nostro interesse centrale rimane il campo della genitorialità. Se posso approfittare di un “piccolo spazio pubblicità”, le pagine social di Associazione Bandolo (siamo si Instagram e su Facebook) sono aggiornate su tutte le nostre attività. Venite a visitarci...
Ti ringrazio per la tua gentilezza e per
la tua sensibilità. Attendo ora il libro sull’adolescenza…
Eh chissà... scrivere è stata una
esperienza entusiasmante che mi piacerebbe ripetere. Qualcosa bolle già in
pentola... vedremo il futuro cosa riserverà.
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