Belladonna di Daša Drnić
Andreas Ban è uno psicologo che non psicanalizza più. Ha settantacinque anni, si sente solo e abbandonato in “una terra desolata”. Ormai animato solo da forze potenti e contrapposte che lottano duramente in lui, vive le sue guerre interiori.
Oblio o memoria.
Vita o morte.
Ordine o caos.
I conflitti consci e inconsci si inaspriscono quando entra in gioco un’anomalia fatale: la malattia. Decadenza, rabbia e tormento a corollario.
Al centro della narrazione non viene posta solo la malattia della carne di Andreas Ban, ma la malattia “morale” dell’umanità tutta i cui sintomi corrosivi e laceranti sono sparsi nella Storia.
Senza apparente struttura si ammassano in maniera disgregata ricordi, testimonianze, fotografie (impossibile non pensare a Sebald, anche se il timbro è diverso) delle
mostruosità e delle violenze perpetrate durante la seconda guerra mondiale e nel corso dei conflitti nei Balcani.
“Allora scrivi del tuo nulla scrivendo il frammento, perché la descrizione dell'annientamento è un frammento adatto, perché in sé è un espressione dell'intero distrutto.”
Le informazioni frammentate e dettagliate vengono pescate dal pozzo dell’oblio in ordine sparso, ma con cadenza ossessiva e regolare come una goccia che tortura.
Tanti nomi, tante citazioni, tante atrocità. Macerie umane. Memorie soggettive e oggettive si aggrovigliano in una matassa di dolore che si posiziona in gola.
La Drndić è superba nell'attribuire forma alle peggiori sensazioni umane e quindi disumane. Siano esse di natura medica, siano essere di natura storica.
L'intertestualità, le iterazioni esasperano il tutto.
Non facile da leggere, ancora meno da digerire, ma proprio per questo bello e devastante come un fiore velenoso.
Conoscevate questo libro?
@bartle_book

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