Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline
“Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. […] Basta chiudere gli occhi. È dall'altra parte della vita.”
Sarebbe consolante avere la certezza che questo viaggio sia del tutto immaginario.
Temo invece di non aver letto niente di più vicino alle reali miserie e brutture umane. Alla pena devastante dell’uomo e per l’uomo.
Per questo il Viaggio distrugge e ricompone, perché è un quadro onesto, benché nichilista e disperato, del primo ‘900. Lontano anni luce dal mitizzare e “poetizzare” l’uomo.
Céline stesso ne definisce l’obiettivo: «la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine per coglioni…». Pervaso anche di ironia, procede oscillando tra “commedia”, satira e tragedia.
Il viaggio quasi picaresco in realtà è una fuga, “un vizio di scappare da ogni posto”, un vano tentativo di sollievo al disagio dell’uomo. La serenità si rivela un complesso rompicapo senza soluzione, la salvezza impossibile.
In mezzo al buio di tutto questo ossessivo e tormentato viaggiare solo qualche lampo di luce commovente e genuino: l’amore per Molly, il dialogo con l’uomo che offre “tanta tenerezza da rifare il mondo” e le cure a un bambino malato.
E come ci avvolge con la sua notte Céline?
Con una prosa volutamente sboccata, provocatoria, sgrammaticata, ma immediata. Come lui stesso afferma una prosa che deve sembrare sussurrata all’orecchio.
Ricostruisce la frase, ne confessa il contenuto, a volte la trasforma in un grido allucinato o un delirio cosciente sulla vita.
“La verità, è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire.”
In fondo al buio, nella negazione della vita stessa, nel fallimento c'è ancora più vita. Come al termine della notte, l’alba.
Un viaggio difficile da portare a termine, ma una conquista delle più alte vette della letteratura del '900.
Voi lo avete letto?
@bartle_book

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