MOBY DICK DI HERMAN MELVILLE





Tutti sanno chi è Moby Dick, ma pochi sanno com’è fatto il celebre capodoglio. 


Ismaele, il narratore, dedica diverse decine di capitoli alla cetologia, all’etologia, all’anatomia delle balene, alle tecniche di estrazione del suo olio prezioso…



Sono capitoli che sembrano scaturire dalla frase “L’ignoranza è la madre della paura”. La conoscenza come difesa dal terrore atavico, come obiettivo, ma anche come consapevolezza del limite: “Per quanto mi adoperi dunque a sezionare la balena, non faccio che restare a fior di pelle: non la conosco e non la conoscerò mai.”


Questa ossessione sapienziale di Ismaele è controbilanciata dall’ossessione viscerale di Acab e dal suo desiderio di vendetta. 




Ogni male per il debole Acab era personificato e reso raggiungibile in Moby Dick.” Un essere muto, bianco e imperscrutabile che incarna le sue esasperazioni intellettuali e spirituali. 


La sfida di Acab che cela un'adorazione (“Io ti adoro, sfidandoti”) al contrario è una violazione del limite. È un tentativo di sostituirsi allo stesso Dio, allo stesso Fato, il desiderio di un tiranno che mira al totalitarismo. 



Il richiamo alla società americana è esplicito, come lo è nell'eterogeneità dell’equipaggio a bordo della baleniera. 




Lo spessore e la complessità di questo romanzo sono dovuti anche dalla mescolanza e dalla stratificazione dei registri narrativi: dal biblico allo scientifico, dal filosofico al teatrale, dal tecnico al mistico. 


Nonostante Moby Dick sia pervaso da una furia distruttrice, è la metafora vitale e rigenerante più forte che abbia mai letto: sopravvivere per raccontare la vita stessa, i suoi eterni conflitti e i suoi fallimenti. 





“Chiamatemi Ismaele”.


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