La macchia umana di Philip Roth


Parto dall’immagine “pura e pacifica” del finale in cui c’è tutto, nonostante apparentemente ci siano solo due uomini su un lago ghiacciato e una montagna “arcadica” sullo sfondo. 



Vicino ai due personaggi grava una trivella per poter accedere al mondo sottostante quel lago bianco e immacolato, lago che potremmo facilmente accostare all’America del 1998 alle prese con il sexgate. 

È come se Nathan Zuckerman, lo scrittore alter ego di Roth, trivellasse quel lago e pescasse amare verità. 


In particolare quella di Coleman Silk, un pionere dell’Io, un modernissimo Prometeo che intraprende un processo di metamorfosi guidato dall'idea che ha di se stesso. Un self-made-man.


Vengono a galla anche le storie di personaggi secondari, ma di primaria importanza. Les Farley un reduce dal Vietnam, Faunia l’amante analfabeta di Coleman, Dolphine Roux una professoressa francese emigrata negli Stati Uniti, Markie il figlio arrabbiato: tutti antieroi che aggiungono tonalità e colore alla macchia del professor Coleman accusato di razzismo. 


Ipocrisia, falsi moralismi, pregiudizi, identità e appartenenza sono i temi centrali, come anche l'ignoto e “l’infinita” verità. Lo svelamento avviene a lento rilascio. Roth suggerisce, espone e occulta. Torna e ritorna sulle cose ogni volta con un grado di approfondimento maggiore, scendendo sempre più a fondo nella spirale dell’incubo americano.


È un libro che ha il respiro della tragedia greca. Di una tragedia senza catarsi che porta sulle rive di un lago immacolato sotto il quale acque oscure si agitano.

“Eppure è bastata una parola.”



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