IL GERANIO E ALTRE STORIE DI FLANNERY O'CONNOR


Ho amato la prosa di Flannery. Densa, cruda, realistica. Ironica e mai sentimentale.


“Il sole era come una vescica bianca e furibonda in mezzo al cielo” o “le facce dei bambini erano due tegami posti ai lati della madre per raccogliere i sogghigni che le traboccavano”, mi ha lasciato immagini come queste.

Protagonista è un’umanità tormentata e dolente nel Sud degli Stati Uniti, quel “caro vecchio lurido Sud”. Uomini ignoranti, malati, deboli, fanatici, timorati di Dio. In quasi tutti i racconti le condizioni iniziali dei protagonisti sprofondano e al culmine del climax la O’Connor tace.

“Mostri queste cose e non avrà bisogno di dirle” dice. In effetti lascia molto in mano al lettore. I finali tronchi obbligano a cercare un significato, quello che lei ha trovato nella fede cattolica che mai abbandonerà, neanche durante una malattia distruttiva.

È come se si muovesse nel “territorio del diavolo” in cerca di Dio e il grottesco fosse il mezzo per rivelarlo. “Ho scoperto che tutto quello che arriva dal Sud viene chiamato grottesco dal lettore del Nord, a meno che sia davvero grottesco, nel qual caso viene chiamato realistico.”

Sono racconti ricchi di dettagli: animali, fiori, colori, organi. Rivolge spesso la sua attenzione al cuore che martella, al sangue che pulsa. Tutti aspetti reali e tangibili che si contrappongono all’invisibile che si (e ci) nasconde.

Ho letto diversi articoli su di lei e ho la sensazione che in questi racconti ci sia solo una versione edulcorata di quello che può arrivare a scrivere. Se mi chiedessero dove convergono orrore e grazia, oggi risponderei nelle parole della O’Connor.

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