INTERVISTA A LUIGIA BENCIVENGA - 'O CANE

 


Luigia Bencivenga si muove tra sofferenze ed empietà e le accompagna con una dose di ironia che lascia tra lo sconcerto e lo stupore. 

Le parole sono precise, ricche, dense. Utilizza una struttura non lineare, studiata in ogni dettaglio e in ogni simbolo. Una confusione ordinata che è il punto forte del libro a mio parere, unitamente alle scelte linguistiche. 

Con un risultato a tratti disturbante sembra che l’autrice svuoti l’uomo dell’umanità e la ponga al suo fianco sotto sembianze canine, per poi lasciarci in balìa di ciò che accade… fino a un epilogo a tratti surreale, a tratti dolorosamente reale. 

Se fosse una città, questo libro sarebbe Napoli…

Se fosse una parola, sarebbe “Wirrwarr”… 

Se fosse un quadro, sarebbe dipinto a 4 mani da Bacon e Bosch con uno “sfregio” centrale alla Fontana.

Se fosse una melodia… l’ho chiesto a lei. 

Wirrwarr!” è il latrato di un cane, ma significa anche “confusione”. Nel libro spesso emerge la difficoltà nel distinguere l’uomo dalla bestia. Solo i cani sono felici, solo l’amore dei cani è semplice. I cani stimolano la cognizione dei personaggi, temperano le dipendenze. Viene da chiedersi: la bestialità è tutta umana?  

La bestialità è una categoria appartenente all’umano, una comoda etichetta per dichiarare come “non accettabili” pratiche umane. Il wirrwarr (la caotica confusione) suggerisce un’inversione di ruoli o una compresenza, talvolta patologica, tra il canino e l’umano.  Garryowen, cane buono, giusto e leale, incarna l’inversione, si fa carico delle esigenze emotive di un padrone che sguazza nel degrado, apprezza la musica sacra e i concertati di Rossini, odia i Kiss. 

Ilias è “una città dove i cani muoiono a dozzine”. Sembra sia in corso una vera e propria strage di cani. Non è chiaro se per malattia, morte accidentale o volere divino… Ho associato simbolicamente la morìa dei cani alla scomparsa di ogni residuo di umanità nell’uomo? Sono fuori strada?  

È possibile, come è possibile pure l’inverso. Il lutto fa emergere sentimenti inediti o dimenticati, il dolore della perdita e dell’abbandono. Ad Ilias si assiste alla rappresentazione del lutto per il proprio cane, dolore che attiva esperienze simili, spesso non risolte. La morte di Garryowen - sostegno emotivo e coscienza incarnata di Mimì - provoca in quest’ultimo un dolore muto, indicibile, all’apparenza insuperabile. 

Ilias è una città immaginaria divisa in 3 zone. La parte residenziale e lussuosa, la parte popolare e Cala Renella, una zona isolata e popolata da pochi individui. Mi ha rimandato a uno stato di natura alla Hobbes. Che mondo hai voluto racchiudere in quella città? Ti sei ispirata a qualche città in particolare reale o immaginaria? 

La struttura urbanistica di Ilias rispecchia esattamente quella sociale. Ci si trova davanti a tre scatole chiuse, tra le quali non c’è comunicazione né conflitto. Se si parte da questa struttura (io sono partita da qui) il risultato è un’umanità immobile senza dinamismo, con una certa rabbia che freme, che non divamperà mai in rivoluzione. Forse, in atti di giocoso "sfregio". Il richiamo alla provincia di Napoli e all’edilizia post terremoto - concepita per alimentare disagio e devianza - è evidente ma, nel corso delle pagine, la connotazione geografica quasi scompare. Credo sia dovuto ad una lingua estranea, quasi distaccata.   

Si percepisce la presenza di Napoli: nei santi e nelle Madonnine, nei tarocchi, nelle droghe, nel degrado, in qualche parola… Cosa rappresenta Napoli per te?   

In realtà, Ilias è una cittadina della provincia, con dinamiche specifiche della cultura vesuviana. Sono cresciuta da quelle parti e sono testimone di un certo immobilismo, un male antico tipico di società che affidano la gestione del territorio a sistemi complessi e corrotti. In verità - ed Ilias ne è fedele specchio - da quelle parti, la vita ti assale con immagini forti e una grande quantità di vicende da raccontare, con una continua voglia di ridere anche in situazioni che non lo richiederebbero, con un erotismo che tracima il limite. 

“27 ettari vista mare e chiusa al mondo” sono le parole che definiscono il “Paradiso” di Cala Renella. Quella del Vecchio è una versione un po’ paradossale di Paradiso, puoi illustrarcela? Al di fuori c’è l’Inferno o “l’Inferno è in Paradiso”? 

Il Vecchio, dopo una vita dedicata agli affari di famiglia, acquisisce Cala Renella, una ex zona di confino ed ex luogo di elezione della comune di John Guru. La sua intenzione è separarsi dal mondo, ritirarsi dalla vita attiva, tagliare tutti i legami familiari. Una specie di esilio dalla città e dalle sue dinamiche da realizzarsi in compagnia di gente che ha toccato con mano il grado zero dell’umanità. In realtà, il sogno di un paradiso completo e perenne viene costantemente infranto. Cala Renella è un falso paradiso o meglio, un luogo dove si mette in scena il paradiso, ma dove non è possibile prevedere e controllare tutti gli eventi come il ritorno del passato o le sorprese dell’ultimo amore.

Uno dei protagonisti viene chiamato Figlio delle stelle, tributo a Paul Stanley, celebre cantante dei Kiss. Tanti altri i riferimenti musicali tra cui Mahler, Jimmy Fontana, Beethoven, Sinatra… Che rapporto hai con la musica? È fonte di ispirazione per la tua scrittura?  

Il riferimento a un autore o a un gruppo musicale è utile a definire meglio la natura di un personaggio, perché la musica, qualsiasi essa sia, porta con sé un certo immaginario. Abbinare Mimì ai Kiss, significa far affiorare – senza spiegarle - questioni quali il mascheramento, la costruzione di un falso sé e, infine, la possibilità di un’identità altra, quasi magica.  Citazioni e omaggi a parte, la musica - e mi riferisco alla musica contemporanea da Cage alla drone music - attraverso la modularità e la non linearità, riesce ad essere un ottimo modello strutturale per un romanzo, almeno per ‘O Cane che lineare non è. 

La struttura frammentata, a spirale, all’inizio confonde. Il lettore deve orientarsi tra i capitoli, i personaggi, i flashback. Torni e ritorni su alcune scene e ogni volta aggiungi dettagli. L’obiettivo del lettore, a mio parere, diventa la chiarezza e la comprensione. La verità viene svelata gradualmente perché difficile da accettare o c’è una motivazione esclusivamente strutturale?  

Se intendi lo svelamento di chi uccide i cani, credo che a un certo punto non abbia così tanta importanza. ‘O Cane vive attraverso una miriade di personaggi, digressioni, flashback, punti di vista, indizi apparentemente inutili. Alla vicenda principale, se ne aggiungono altre, sovrapponendosi o alternandosi bruscamente. Il lettore è chiamato a una ricognizione continua dei dettagli, è chiamato a divertirsi. In quanto a me, ho cercato di non rinunciare alla comprensibilità e alla dimensione drammaturgica della scrittura. Sono abbastanza contenta.  

Nel tuo romanzo, citi elementi joyciani come Garryowen (il cane del cittadino), le ballate irlandesi, Dublino, Molly, il 16 giugno. Come hai giocato con questi riferimenti per creare un contrasto o un parallelo con alcuni dettagli dell’opera di Joyce? 

In genere utilizzo elementi di Ulisse capovolgendoli. Il cane non è più il simbolo della prepotenza ma è l’incarnazione del bene assoluto. Molly non è più la moglie fedifraga, ma è un cane galgo fedele al suo amato Garryowen. A parte questi omaggi/riferimenti, quello che ho sempre amato di Joyce è la capacità di partire da Dublino, dai suoi luoghi e abitanti reali, per poi renderla mitica. La piccola Ilias è una città inventata, abbozzata, disegnata e poi scritta. Carica di una cultura inconfondibile, Ilias è una trasfigurazione di una provincia capace di conservare tracce del passato ma poco disponibile ad una visione del futuro.  

Il linguaggio di cui ti servi è ricco, denso, tagliente. La prosa è fortemente ritmata, quasi isterica, sarcastica e ironica. Quali sono i tuoi riferimenti letterari?  

D.F. Wallace, P. Esterházy, Moody, Houellebecq, A.M. Homes, la drammaturgia napoletana post Eduardo... In realtà, i miei modelli sono le mie nonne. In paese, le notizie si commentavano (tradimenti, corna, gravidanze prima del matrimonio, ecc.) con un certo furore uterino. Titina, attenta ai dettagli, non rinunciava a lunghi flashback, spin off, aggiunte fantasiose con elementi magici. Gina, oscura e frammentaria, lanciava una storia, seminava indizi, suggeriva dove e quando trovare altre informazioni. In entrambi i casi, la storia sembrava non finire mai. Non c’era bisogno di una fine. 
Sai dare forma al dolore, lo descrivi con estrema precisione. Ad un certo punto scrivi: “Non deve essere facile mettere nero su bianco parole profondamente amare”. Appena ho letto questa frase, ho pensato che queste parole fossero riferite alle difficoltà incontrate nello scrivere il tuo romanzo. Com’è stata l’esperienza della scrittura?
  • È stato assolutamente divertente. Un continuo gioco, fatto con metodicità, solitudine, zero social. In quanto alla frase che citi, sono parole di un utente del carcere Dostoevskij, un luogo dove si sperimenta un'idea estrema di redenzione. Sono state parole difficili da scrivere, poiché non è semplice far parlare un pedofilo che, con onesta lucidità, ripercorre i suoi crimini.

    I farmaci (spesso assunti in concomitanza ad alcol o droghe di vario tipo) sembrano un rimedio a tutto. C’è una sorta di rifiuto per la cura… I tuoi personaggi hanno perversioni e dipendenze, vogliono anestetizzarsi per non sentire, per fuggire. Ti riferisci anche alla società di oggi? 

Quella delle dipendenze (alcol, eroina, gioco, ecc.) è una tematica abbastanza abusata in letteratura. In ‘O Cane ho tentato di rappresentare il dilemma Temperanza/continenza, tipico del tossico che tenta di uscire dalla melma delle sostanze. Ad Ilias emerge una certa aspirazione alla temperanza (si veda l’immagine della Madonna dell’acqua che Mimì guarda con devozione). I tossici ce la mettono tutta per non soccombere alle sostanze da cui sono attratti, con risultati tutt’altro che positivi. Si prenda la signora Consilia, semi alcolista che beve Vov, sei mesi sì e sei mesi no. Si prenda Mimì che si fa bastare uno schizzo di eroina al mese e una tazzina da caffè colma di rum ogni sera. Quella che praticano è una dolorosa continenza di cui, nel caso di Mimì, il cane è guardiano. È come se si mettesse la camicia di forza a un uomo impedendogli di abbracciare la sua amata.    

Azzerando quasi del tutto il sentimento, riporti il lettore in modo più violento alla vita. Sul finale un personaggio dice: “Amo la vita sotto ogni aspetto, anche quello più doloroso” dice un personaggio, mi sembra una bella dichiarazione. 

Queste ultime sono parole di Mr ‘O Rurke, irlandese di Dublino. Nessun iliasiano avrebbe potuto pronunciarle. ‘O Rurke è un personaggio decisamente ottimista, vede il lato buono delle cose persino in un’aggressione a suo danno. Nell’iliasiano, invece, dominano sentimenti oscuri e, più volte, affiora uno spirito sadico. Si gode del dolore provocato a un concittadino, magari più fortunato. 

Ultima domanda: se dovessi con un brano musicale introdurre all’atmosfera del tuo romanzo, quale sceglieresti?   

Sono molti i brani che possono adattarsi a O’ cane. Penso a Diamond Dogs di David Bowie e Dogs dei Pink Floyd. In entrambe il paragone uomo/cane è in negativo. Al contrario, il paragone è positivo in Sciuoglie e cani degli Almamegretta. Il titolo si riferisce a un modo di dire in lingua napoletana che equivale a un’esortazione a reagire attraverso la parte migliore, quella canina, istintuale. In ‘O Cane, uno dei momenti decisivi di Mimì è l’attraversare la strada, un movimento in avanti deciso in autonomia. È proprio in quel momento che “scioglie i cani”. Gli Almamegretta – era il 2003, tempo di grandi speranze puntualmente disattese – vogliono esortare i napoletani a non accontentarsi dell’assistenzialismo statale o criminale, a non accettare situazioni disumane, ad affermare la propria identità. Andare avanti. 


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